Riceviamo e pubblichiamo

Per il diritto internazionale l’Ue non esiste


Ue e diritto

di Dario Ciccarelli

"Non c’è nessun singolo Stato membro dell’Unione europea, per quanto forte e per quanto importante, che possa da solo reggere le sfide del dopo crisi e, in generale, le sfide della globalizzazione". Così ha sentenziato a Bruxelles il 3 marzo scorso il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Secondo questo tipo di europeismo, dunque, è inutile che i lavoratori, gli imprenditori e gli studenti italiani s’impegnino per tentare di reggere le sfide della globalizzazione. Secondo questo tipo di europeismo, infatti, la nazione italiana, senza l’Unione Europea - cioè, meglio cominciare ad essere precisi, senza la Commissione Europea, visto che l’altro pezzo dell’UE è composto dal Consiglio e quindi dagli Stati - non può farcela. Questo schema contrasta in maniera vistosa con il modo in cui, nel resto d’Europa e del mondo, i lavoratori, gli imprenditori e gli studenti stanno affrontando, da quindici anni (l’Organizzazione Mondiale del Commercio è nata il 1 gennaio 1995), la globalizzazione. In Svizzera, in Norvegia, negli USA, in Brasile, in Egitto, in Canada, in Uruguay, in Giappone, in Vietnam, in Nigeria, in India, in Nuova Zelanda, in Tunisia l’approccio alla globalizzazione è di segno opposto: una grande sfida da vivere senza paura, grandi pericoli e grandissime opportunità, homo faber fortunae suae. Fuori dall’Unione Europea c’è un entusiasmante ed operoso fermento di idee, di iniziative, di innovazioni e di trasformazioni, economiche, scientifiche, organizzative ed istituzionali, nel quadro comune della competizione meritocratica regolata dal diritto internazionale e delle Organizzazioni Internazionali. Questo secondo schema è quello che i padri costituenti vollero assegnare all’Italia, scolpendolo nell’art. 11 della Costituzione e dunque conferendogli la forza di principio inviolabile della Costituzione1. Quello che sta accadendo fuori dall’Unione Europea, nel resto d’Europa (Svizzera, Norvegia, Croazia, etc.) e del mondo, somiglia molto al quadro che disegnarono, codificandolo nel testo dell’art. 11, i Padri costituenti, i quali valutarono e quindi scartarono l’ipotesi di conferire rilevanza alla dimensione europea, scegliendo invece, senza possibilità di equivoco, di collocare l’Italia all’interno, e al servizio, del sistema delle Organizzazioni Internazionali2. Il quadro disegnato dai Costituenti somiglia altresì a quello configurato dalla Comunità Economica Europea (istituita nel 1957 e finita, più avanti si spiegherà meglio, nel 1994), la quale, nell’assenza di un sistema giuridico internazionale maturo3, svolse, in piccolo spazio del globo, il fruttuoso compito di diminuire il peso degli apparati statali e del potere politico, incrementando il peso del merito, del diritto e della concorrenza e così favorendo la pace. La Comunità Economica Europea, o Mercato Europeo Comune, significava, anzitutto, concorrenza: meno Stato e più competizione, meno leggi e più contratti, homo faber fortunae suae. La fase di vita della Comunità Europea può identificarsi, si è detto, nel periodo 1957-1994, dopodiché un sistema formale, ormai privo di senso e di legittimità, ha tentato di restare in vita presentandosi, sotto l’ambiguo nome di Unione Europea, talora (a Bruxelles e nei confronti degli Stati comunitari) come l’unica Organizzazione Internazionale esistente al mondo, talaltra (a Ginevra e nei confronti degli Stati extra-comunitari) come qualcosa di assimilabile ad uno Stato. L’evento dirimente ha luogo il 1 gennaio 1995. In quella data nasce infatti l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) che costruisce un mercato comune mondiale disciplinato da norme internazionali (quelle degli Accordi OMC e delle altre fonti giuridiche internazionali, come l’Organizzazione Mondiale della Salute, Organizzazione Internazionale del Lavoro, Organizzazione Internazionale per la proprietà intellettuale, alle quali l’OMC si raccorda) la cui interpretazione è affidata ai giudici dell’Organizzazione Mondiale del Commercio4. Mercato mondiale e OMC, entrambi fondati sulla categoria culturale-giuridico-economica di nazione, privano di senso e di legittimità il sistema comunitario. Quali sono i grandi sconvolgimenti prodotti dalla globalizzazione e dall’OMC? In Italia li subiamo da anni, ma non li abbiamo ancora osservati, non ce ne siamo ancora occupati. L’ideologia europeista prescinde dalla realtà e dalle sue evoluzioni, e soprattutto invita tutti a prescinderne: la salvezza, questa la tesi, può darla soltanto un nuovo Stato europeo! Intanto, nel mondo reale, la rivoluzione dell’OMC ha compiuto 15 anni. Una rivoluzione, va detto, che non è economica (relazioni economico-commerciali tra le imprese di tutti i continenti ce ne sono sempre state), ma giuridica; e lo schema entro il quale l’OMC si sviluppa ed opera è quello, tipico e ben noto, del diritto inter-nazionale. Al cui centro ci sono le Nazioni, in capo alle quali si pongono diritti, doveri, responsabilità, poteri. Ai tavoli delle Organizzazioni Internazionali, presso il Fondo Monetario Internazionale, l’OCSE o la Nato, siedono e votano le Nazioni, che, cooperando tra loro, perseguono, nel diritto e attraverso il diritto, con trasparenza i propri interessi. In un condominio i soggetti rilevanti sono i condòmini, in una società per azioni sono gli azionisti, nel diritto internazionale sono le nazioni. Semplice e funzionale. Dov’è il problema? Le norme del mercato globale, che conferiscono obblighi ma anche diritti a tutte le nazioni che vi partecipano, sono quelle delle Organizzazioni Inter-nazionali. Il nuovo quadro tiene conto, evidentemente, dell’intera realtà mondiale, di quella indiana come di quella cinese, di quella australiana come di quella marocchina. Ciascuna nazione, fuori dall’UE, affronta le sfide della globalizzazione definendo il proprio diritto interno sulla base degli spazi offerti dal sistema giuridico internazionale e tenendo conto delle regole che, nell’ambito di tale sistema, si danno le altre nazioni. Se una nazione viola una disposizione OMC, un’altra nazione può adire le vie legali contro di essa e costringerla a cancellare la norma illegittima. Nel nuovo quadro internazionale l’UE non c’è. Per scoprirlo basterebbe chiedersi: che cos’è l’UE nel diritto internazionale? Che valore hanno le norme comunitarie nel diritto internazionale? come possono convivere le norme internazionali, che assegnano diritti e doveri alle nazioni, con le norme comunitarie, tutte basate su organi (Commissione, CGCE) che per il diritto internazionale non esistono? In effetti, tra UE e diritto internazionale vi è un conflitto assoluto, un conflitto che peraltro emerse nitidamente a Marrakech, in occasione della firma del Trattato istitutivo dell’OMC. In quella circostanza, utile rileggere i verbali, si ritenne di seguire la strada di un grottesco compromesso (firmarono sia la Commissione Europea, sia il Consiglio, sia i singoli governi nazionali) per evitare di ammettere subito, ed ufficialmente, che l’UE aveva completato la sua missione e si accingeva a morire, così consentendo che una nuova affascinante stagione, di diritto, concorrenza e pace globale, si andasse ad aprire, sotto l’egida dell’OMC. Il dramma è che quel grottesco compromesso ha poi dato vita ad una prassi, altrettanto grottesca, che nega la realtà e che dura ormai da 15 anni. Da 15 anni gli italiani sono tenuti fuori dal diritto, fuori dalla competizione e fuori dal mondo. Chi vota all’OMC? perché l’Italia non si avvale dei diritti che le accorda l’OMC per salvaguardare i settori industriali messi a repentaglio dalla concorrenza internazionale? perché, ad esempio, l’Italia assolve all’obbligo di versare i milioni di euro dovuti annualmente al budget OMC ma non esercita il proprio diritto, sancito dall’art. IX GATT e dall’art. 22 dell’Accordo OMC sulla proprietà intellettuale, di tutelare il made in Italy e i prodotti di qualità dei distretti industriali? perché l’Italia non aziona gli strumenti giuridici previsti dal diritto internazionale per contrastare i paesi che violano le norme internazionali in materia di diritti dei lavoratori? Queste semplici ma “pericolosissime domande” nessuno sembra avere il coraggio di porle. Le anomalie della prassi europeista resistono da 15 anni su un’asserzione, audace quanto fragile: secondo gli organi comunitari il diritto internazionale non esiste. Politici, amministratori, giudici si muovono acriticamente all’interno di questa gabbia, dimentichi dell’inviolabilità dell’orizzonte internazionale sancito dall’art. 11 della Costituzione5. Il mondo gira nella direzione opposta a quella che cerca di seguire l’Italia: per il mondo, è l’Unione Europea ad essere del tutto irrilevante. Per il diritto che regola il mondo l’Unione Europea, i suoi trattati, i suoi organi, i suoi regolamenti, le sue direttive, non hanno alcun valore. L’Italia avrebbe forse potuto scegliere di non essere membro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e delle altre Organizzazioni Internazionali, ma certamente non può, né unilateralmente né in accordo con un ristretto gruppo di membri, modificare le implicazioni giuridiche che tale status comporta. Da 15 anni l’Italia gioca dunque la partita OMC con in mano il manuale di un altro gioco (i trattati comunitari), che invece intanto si è irreversibilmente concluso. Da 15 anni la Cina, l’India, il Brasile, così poco “europeisti”, esercitano tutti i diritti che il nuovo sistema globale accorda loro. L’Italia no, l’Italia dello Stato sembra aver scelto di morire di europeismo. Chissà se gli italiani sono d’accordo.

di Dario Ciccarelli
BIO
Dal 2000 Dirigente della Pubblica Amministrazione, ha collaborato con il Dipartimento della Funzione Pubblica ed è stato professore a contratto all’Università di Ferrara. Dal 2003 al 2007 è stato membro della Delegazione Permanente Italiana presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Sul dualismo tra UE e diritto internazionale ha pubblicato diversi saggi ed alcuni articoli su quotidiani nazionali (Sole 24 ore, Libero Mercato).